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By 30 giugno 2017 0 Comments

Aspettiamo un bambino! Come cambierà la nostra relazione di coppia?

Si sente spesso dire che un figlio unisce, rafforza, rende più salda e stabile una coppia…questo può essere vero in una fase già avanzata di elaborazione della propria genitorialità, quando cioè la coppia ha incontrato, attraversato e contenuto i cambiamenti personali, familiari e sociali che il diventare genitori ha implicato. Invece, se prendiamo in considerazione i primi momenti in cui il bambino, soprattutto se primogenito, da immaginato diventa incarnato e occupa uno spazio fisico e psicologico molto grande, l’esperienza di un figlio può spesso aprire una crisi di coppia (nel senso di una possibilità evolutiva), spezzare e modificare i legami esistenti, dividere in modo esplosivo e rendere evidenti le crepe già esistenti nella relazione tra i partner.
Quindi la domanda più rilevante da porsi non è “Come fare a impedire questa crisi?”, ma piuttosto può essere “Come elaborare insieme gli esiti del cambiamento avvenuto?”, anche e soprattutto quando non era stata messa in conto una tale difficoltà in un momento così bello e importante, come quello rappresentato dall’arrivo di un figlio.

“Ci siamo allontanati, parliamo solo del bambino. Che fare?”

Questa è una delle questioni che più spesso mi vengono presentate in studio dai neogenitori. Talvolta il senso di distanza dal partner è grandissimo e amplificato dalla stanchezza fisica, dalle complicazioni organizzative e dalle intromissioni nel nucleo familiare da parte di tutti coloro – genitori, suoceri, amici, colleghi – che nel tentativo di essere di aiuto si trasformano in invadenti consiglieri pronti a indicare la strada da seguire, ma raramente pronti ad ascoltare cosa sta accadendo in quel particolare contesto familiare. Mi viene in mente un aforisma di Mafalda letto qualche tempo fa: “Sono tutti filosofi con la vita degli altri”!

Il più delle volte, però, i neogenitori si trovano a fronteggiare anche un amplificato senso di solitudine, insoddisfazione, possono andare incontro alla sensazione di essere in gabbia, con conseguente aumento dell’aggressività: questi sono sentimenti di cui si parla difficilmente e verso cui si può provare un senso di colpa, percorrendo ancora di più la distanza dall’altro.
Cosa fare? Intanto dare legittimità a ciò che si sente. In un percorso così complesso e significativo come il diventare insieme genitori è improbabile che emergano soltanto vissuti “positivi” di gioia e felicità, come il “socialmente accettato” vorrebbe. Nel legittimare ciò che si prova, è importante riconoscere la stessa legittimità anche all’altro e non aver troppa paura d’inoltrarsi nell’esplorazione di quella nebbia grigia che rappresenta la crisi evolutiva della coppia che è appena diventata o sta diventando famiglia.

In questa società liquida nella quale si è costruita una complessa genitorialità consapevole, molto diversa dal modo in cui si viveva la genitorialità nelle generazioni precedenti, da una parte incontriamo spesso un grande senso di inadeguatezza, ma dall’altra la possibilità di essere più in ascolto di se stessi e dell’altro e liberi di esprimersi per ciò che si è. È importante quindi riflettere sulle proprie convinzioni educative, condividerle con il partner e sfruttare al meglio le naturali differenze di punti di vista che ci possono essere tra genitori. Così facendo si potrà generare un modo di fare famiglia unico e nuovo in cui entrambi i genitori si sentono “a casa”, una casa costruita da loro, in cui entrambi sono protagonisti creativi.

Cambio di prospettiva: da “bisogni da soddisfare” a “persone da comprendere”

Nelle coppie in cui l’autonomia personale e la sicurezza di sé sono grandi valori, l’incontrare l’esperienza della gravidanza che spesso fa emergere le proprie fragilità e un maggior bisogno di dipendenza dall’altro (partner, famiglie d’origine, amici) può essere difficile. Il bambino rappresenta un accentratore di attenzioni e spesso viene visto come un individuo portatore di bisogni; questa definizione però è limitante e relega i genitori al ruolo di risorse che possono soddisfare o non soddisfare le necessità del figlio. Un bambino ha certamente dei bisogni importanti che necessitano di riconoscimento e di una risposta da parte del genitore, ma è anche un individuo che fa un’esperienza relazionale con gli altri e, attraverso questa, struttura una propria identità personale. Quindi è importante osservare e relazionarsi al proprio bambino per quello che è, per ciò che comprendiamo di lui e di noi stessi e per la ricchezza evolutiva che rappresenta, senza limitarci a vedere solo dei bisogni da soddisfare.

Stessa cosa avviene tra i partner: con l’arrivo di un bambino si è talmente presi e indaffarati, stanchi e oberati di richieste che anche i partner si relazionano tra di loro come portatori di bisogni da soddisfare e il problema maggiore è rappresentato dal non soddisfare tali necessità. Questo però impoverisce la relazione che invece è anche e soprattutto una relazione nella quale ci si ascolta, si comprendono i punti di vista e gli stati d’animo dell’altro, ci si sostiene in un cambiamento tanto significativo ed è importante che la coppia mantenga questa possibilità e questo piano di contatto reciproco.

Come trasformare concretamente questo presupposto?

Dandosi spazio, ritagliandosi dei momenti per la coppia, valorizzando la tenerezza e l’affettuosità anche tra i partner e non soltanto verso il bambino, comunicando cosa si sta vivendo e incuriosendosi e ascoltando il punto di vista dell’altro, poiché può essere una risorsa e non un ostacolo al proprio modo di essere genitori. Il cambiamento all’interno della coppia non va contrastato o evitato, ma va governato, cavalcato, assecondato in modo consapevole.

Questo processo è tanto più semplice quanto più si è condivisa la scelta di diventare genitori, il percorso della gravidanza, magari partecipando insieme anche ai corsi di accompagnamento alla nascita che sempre più spesso stanno intercettando la necessità e l’occasione di coinvolgere i futuri padri nelle attività. E laddove tutto ciò non bastasse, ci si può rivolgere a uno psicologo che si occupi di percorsi di coppia e sappia quindi aiutare i partner a costruire un nuovo equilibrio, dando spazio a ognuno dei due e facilitando la comunicazione profonda, in modo che tutto il sistema familiare possa elaborare attivamente la crisi e beneficiare di questo scambio reciproco vitale.

Dott.ssa Monia Giannecchini
Psicologa – Psicoterapeuta
giannecchini@studiopsicoterapiafirenze.it
www.studiopsicoterapiafirenze.it

About the Author:

Lavoro nell’ambito della psicologia perinatale, strutturando percorsi di sostegno alla genitorialità, corsi di accompagnamento alla nascita, gruppi di rielaborazione dell’esperienza di parto e lavoro per il sostegno della donna in gravidanza, della coppia e della genitorialità.

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