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By 6 maggio 2017 0 Comments

Sto per diventare padre: a tu per tu con il pancione

Diventare papà: la gravidanza vista con gli occhi dei padri

Diventare padre implica un processo di cambiamento articolato e complesso, ma spesso poco valorizzato. Se oramai esistono molti spazi nei quali le madri possono confrontarsi con operatori sanitari, ricevendo informazioni e sostegno, e con altre donne per condividere ed elaborare la propria esperienza, la stessa cosa non si può dire per i padri. Il soggetto “padre” sembra avere minor interesse e minori occasioni per prepararsi al nuovo ruolo, ma ciò non è privo di conseguenze.

“Mi sento impreparato e nessuno mi capisce. Che fare?”

Il vissuto dell’uomo in procinto di diventare padre è carico di preoccupazioni, sorprese, ansie, sensi d’inadeguatezza, tipici della persona che sta per intraprendere un percorso rivoluzionario di cambiamento personale e sociale: tutto questo merita uno spazio di accoglimento e supporto. Lo stereotipo e lo stigma del “maschio” come distaccato dalle emozioni, per quanto vacillante, continua a perdurare e questo rende il tentativo più difficile.

Punto di partenza per rispondere a questa domanda, quindi, potrebbe essere quello di lasciare libero spazio ai propri sentimenti, pensieri, vissuti, partendo dal presupposto che siano legittimi e comprensibili, senza dare troppe norme e regole che poco corrispondono al ruolo paterno contemporaneo, fluido e in cambiamento rispetto ai modelli classici. Sentirsi spaesati, spaventati, insicuri è frequente e comprensibile!
Intanto, c’è da considerare che un uomo entra in relazione al proprio bambino durante la gravidanza in un modo diverso rispetto alla donna: l’aspetto della corporeità è inizialmente assente, poi indiretto, ed entra in gioco direttamente solo con l’effettiva nascita del bambino. Nella mia esperienza professionale, questa condizione naturale talvolta favorisce nei padri il sentirsi elementi secondari della famiglia e un senso generale d’inadeguatezza e solitudine.

In secondo luogo, è importante che la coppia si prepari alla genitorialità e poi si sperimenti intorno a un nuovo equilibrio. Sono di aiuto in questo i gruppi tra papà o gli interventi di supporto durante la gravidanza ed il post partum. Fortunatamente, sempre più spesso, i percorsi di accompagnamento alla nascita prevedono e incentivano la partecipazione maschile, ma è importante, come già detto sopra, lasciare spazio, nella relazione tra i futuri genitori, all’espressione dei modi e dei sentimenti propri del padre, come altrettanto legittimi rispetto a quelli materni, così che il figlio benefici della concreta costruzione di una relazione familiare che comprenda entrambi i genitori, cogliendone le opportunità relazionali trasformative. Se invece il sistema si concentra solo su cosa deve fare un padre, non favorirà questo processo e le alternative di più facile accesso saranno la delega totale (“se ne occupa la mamma”), con conseguente distanza dal figlio e dalla relazione di coppia, nonché peso insostenibile per la mamma, o il mantenimento di comportamenti autoritari presi in prestito da altri, che spesso vengono “ripescati” nei propri modelli genitoriali interiorizzati, laddove non ci sia stato modo di elaborarne di propri.

“Come essere un buon padre?”

I propri vissuti come risorsa

Rispondere a questa domanda è una sfida non solo per i padri, ma anche per le madri, che in questo percorso possono ritagliarsi un ruolo attivo di legittimazione e supporto. Diventare genitori è un processo socialmente complesso e richiede oggi più che mai creatività, inventiva e riconoscimento dei propri vissuti.

Come trasformare concretamente questo presupposto?

Facciamo un esempio, partendo da una domanda che mi viene spesso rivolta dalle coppie in gravidanza: non è importante stabilire a priori se un padre debba essere presente o meno in sala parto. Non c’è un comportamento giusto o sbagliato in assoluto. Invece, confrontarsi nella coppia rispetto a tale scelta diventa un mezzo per esprimere le proprie emozioni ed i vissuti sia di gioia, condivisione, soddisfazione nell’essere accudenti e partecipativi, sia quelli di paura, senso d’inadeguatezza, fatica e ansia. In sostanza, entrare in sala parto con la propria compagna non è di per sé indice dell’essere un buon padre o un buon partner, ma ci si può riconoscere tale se si mettono sul piatto decisionale i rispettivi bisogni e si trova una soluzione condivisa che faccia sentire i componenti della coppia come parte attiva della scelta e quindi soddisfatti del processo e non del comportamento in sé.
Se dare voce alle proprie emozioni, soprattutto di inadeguatezza e paura, è talvolta ancora un tabù per gli uomini, sembra invece una risorsa importantissima per la coppia, soprattutto per la coppia in attesa di un figlio, affinché tragga beneficio da una piena partecipazione paterna in un tale percorso di cambiamento personale e familiare.

Ed il punto di vista delle mamme in attesa? Ne abbiamo scritto qui: www.mammeafirenze.it/angolo-psicologa/come-si-cambia-in-gravidanza-la-nascita-di-una-mamma/

Dott.ssa Monia Giannecchini
Psicologa – Psicoterapeuta
giannecchini@studiopsicoterapiafirenze.it
www.studiopsicoterapiafirenze.it

About the Author:

Lavoro nell’ambito della psicologia perinatale, strutturando percorsi di sostegno alla genitorialità, corsi di accompagnamento alla nascita, gruppi di rielaborazione dell’esperienza di parto e lavoro per il sostegno della donna in gravidanza, della coppia e della genitorialità.

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